Classificazione del dolore: significato, tipi ed eccezioni

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Tipi di dolore, definizione iasp ed eccezioni

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Molte persone arrivano con una diagnosi, un referto o un nome sentito dire, ma senza una vera idea di cosa significhi e soprattutto di cosa fare.

Parlare di classificazione del dolore non serve a incasellare una persona o a dare un’etichetta definitiva. Serve a fare chiarezza, ridurre interpretazioni rigide e orientare le decisioni successive.
Il dolore non è un fenomeno semplice e non segue una sola logica. Per questo, negli anni, sono nati diversi modi per descriverlo e comprenderlo.

Questo articolo ha l’obiettivo di spiegare come viene classificato il dolore, quali sono le principali eccezioni e perché nessuna classificazione, da sola, è sufficiente a spiegare l’esperienza di una persona.

Classificare il dolore non serve a dare un’etichetta, ma a orientare le decisioni.

Come viene classificato il dolore (in breve)

Il dolore può essere letto da più prospettive contemporaneamente:
– per meccanismo (nocicettivo, neuropatico, nociplastico)
– per tempo (acuto, ricorrente, persistente)
– per qualità e comportamento (come si presenta e cosa lo modifica)

Nessuna di queste classificazioni, da sola, spiega tutta l’esperienza del dolore. Servono per orientarsi, non per etichettare.

Definizione di dolore IASP

Secondo la International Association for the Study of Pain, il dolore è un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a un danno tissutale reale o potenziale, o descritta come tale.

Questa definizione mette subito in chiaro un punto spesso sottovalutato: il dolore non è solo un segnale che arriva dai tessuti, ma un’esperienza costruita dal sistema nervoso.
Può esserci dolore anche quando non si trova un danno evidente, così come può esserci un danno senza dolore rilevante.

Il dolore non è una misura del danno, ma del significato che il sistema nervoso attribuisce a uno stimolo.

Dolore soggettivo, non immaginario

il dolore è soggettivo: cambia a seconda di molti fattori

Dire che il dolore è soggettivo non significa dire che sia immaginario o “tutto nella testa”.
Significa che ogni persona lo percepisce attraverso il proprio sistema nervoso, la propria storia e il proprio contesto.

Due persone con la stessa risonanza magnetica possono stare molto diversamente.
Allo stesso modo, un dolore intenso non implica necessariamente una lesione grave.

Per questo motivo, né il racconto del paziente né il referto strumentale, presi singolarmente, sono sufficienti per spiegare cosa sta accadendo.
Il dolore esiste ogni volta che viene riferito e va interpretato, non messo in discussione.

Dallo stimolo all’esperienza dolorosa

In passato il dolore veniva considerato soprattutto come la conseguenza diretta di un danno tissutale.
Oggi sappiamo che l’esperienza dolorosa nasce dall’integrazione di più fattori: gli input che arrivano dai tessuti, lo stato del sistema nervoso, le emozioni, l’attenzione, il contesto e le aspettative.

Lo stesso stimolo può produrre esperienze molto diverse a seconda di come viene interpretato dal sistema.
Questo è il motivo per cui il dolore può aumentare in situazioni di stress, paura o incertezza, anche senza un peggioramento della condizione fisica.

L’intensità del dolore dipende più da come il sistema interpreta lo stimolo che dallo stimolo stesso.

Come viene classificato il dolore

Per rendere il dolore più comprensibile e gestibile, nel tempo sono state sviluppate diverse classificazioni.
Oggi, dal punto di vista clinico, le più utili sono tre:

– la classificazione in base al meccanismo
– la classificazione in base al tempo
– la classificazione in base alla qualità e al comportamento del dolore

Queste prospettive non si escludono a vicenda. Una stessa persona può presentare più componenti contemporaneamente e in momenti diversi del suo percorso.

Il dolore si può leggere da più prospettive contemporaneamente, non da una sola.

Classificazione del dolore in base al meccanismo

Dal punto di vista del meccanismo, oggi si distinguono tre grandi categorie di dolore.

 

Dolore nocicettivo

Il dolore nocicettivo è legato a uno stimolo proveniente dai tessuti, come muscoli, articolazioni o visceri. È il tipo di dolore che tende a cambiare con il movimento, il carico o la posizione e che spesso è coerente con una fase di irritazione o di guarigione tissutale.

 

Nel dolore nocicettivo il sistema risponde a uno stimolo proveniente dai tessuti.

Dolore neuropatico

Diverso è il dolore neuropatico, che deriva da una lesione o da una malattia del sistema somatosensoriale. In questi casi il dolore non nasce dal tessuto periferico in sé, ma dal nervo o dalle strutture nervose coinvolte. Può manifestarsi come bruciore, scosse elettriche, formicolio, intorpidimento o come una risposta dolorosa sproporzionata a stimoli lievi.

 

che differenza c'è tra dolore neuropatico e nocicettivo?

Nel dolore neuropatico il problema riguarda il sistema nervoso, non il tessuto in sé.

Dolore nociplastico

Esiste poi una terza condizione, definita dolore nociplastico, in cui il dolore è legato a una alterazione della nocicezione senza che vi sia una chiara evidenza di danno tissutale attivo o di lesione del sistema nervoso. In questi casi il sistema appare più sensibile e reattivo, e il dolore può essere diffuso, variabile e persistente nel tempo.

Nel dolore nociplastico il sistema diventa più sensibile, anche senza un danno attivo evidente.

È importante sottolineare che queste categorie possono coesistere.
Una persona può avere una componente nocicettiva iniziale, una componente neuropatica associata e, nel tempo, sviluppare anche una componente nociplastica.

Le tre componenti principali del dolore

Nocicettiva: legata agli stimoli dei tessuti
Neuropatica: legata al sistema nervoso
Nociplastica: legata a una regolazione alterata del sistema

Nella pratica clinica queste componenti spesso coesistono e cambiano peso nel tempo.

Classificazione del dolore in base al tempo

Dolore acuto

Nel linguaggio comune il termine acuto viene spesso usato per indicare un dolore molto intenso. In ambito clinico, invece, indica soprattutto un dolore legato a un evento recente o a una fase di allarme attivo del sistema. Un dolore acuto può essere intenso,

Acuto non significa grave: significa recente o legato a una fase di allarme.

Dolore ricorrente

È il dolore che va e viene, magari in certi periodi dell’anno, in fasi di maggiore stress o dopo specifici carichi fisici. Questo tipo di andamento è frequente in molte condizioni muscolo-scheletriche e spesso genera confusione, perché non è continuo ma nemmeno del tutto risolto.

Quando il dolore continua nel tempo o ritorna così spesso da influenzare le scelte quotidiane, si parla più correttamente di dolore persistente. In questi casi il problema non è solo ciò che ha dato origine al dolore, ma anche il modo in cui il sistema nervoso ha imparato a reagire a quella esperienza.

Il dolore ricorrente va e viene, spesso in relazione a carichi o periodi di vita.

Dolore persistente e dolore cronico

Il termine dolore cronico viene utilizzato in ambito medico per descrivere una persistenza temporale dei sintomi. Tuttavia, per molte persone questa parola viene vissuta come una sentenza, come se significasse “non guarirò”. Per questo è spesso più utile parlare di dolore persistente: un dolore che dura, ma che può comunque cambiare.

Cronico è un termine medico-temporale, persistente è spesso più utile per orientare il percorso.

Perché il tempo del dolore è importante

La durata del dolore non dice “che cosa hai”, ma influenza come affrontarlo.
Un dolore recente richiede strategie diverse rispetto a un dolore che persiste o ritorna da tempo.

Usare il termine giusto aiuta a ridurre allarme e a scegliere il passo successivo più adatto.

Qualità e intensità del dolore

Un altro aspetto spesso usato per descrivere il dolore è la sua intensità.
Espressioni come lieve, moderato o grave aiutano a monitorare l’andamento dei sintomi e a comunicare quanto il dolore interferisce con la vita quotidiana, ma non sono sufficienti per spiegare cosa lo genera.

Anche la qualità del dolore viene frequentemente utilizzata per cercare di capirne l’origine. Alcune persone parlano di bruciore o scosse elettriche, altre di fitte, pressione, morsa o pesantezza. In certi casi il dolore cambia con il movimento o con la postura, in altri compare in modo spontaneo o imprevedibile.

Questi elementi possono suggerire la presenza di una componente nocicettiva, neuropatica o di una maggiore sensibilità del sistema, ma non vanno interpretati in modo isolato. La qualità del dolore, da sola, non è sufficiente per fare una classificazione affidabile.

L’intensità o il modo in cui il dolore si presenta non basta per spiegare cosa c’è sotto.

Attenzione: intensità e qualità ≠ diagnosi

Il modo in cui il dolore viene descritto può suggerire alcune componenti, ma non basta per definire la causa.
La qualità del dolore va sempre letta insieme a storia, contesto e comportamento dei sintomi.

Fattori contestuali e componente cognitiva

Il dolore non esiste mai nel vuoto.
Stress, preoccupazioni, esperienze precedenti, aspettative e contesto sociale influenzano il modo in cui il sistema nervoso interpreta gli stimoli.

Quando una persona percepisce una situazione come pericolosa, il sistema entra in allerta. In questa condizione i segnali vengono amplificati, la tensione aumenta e il movimento può essere evitato per paura di peggiorare. Questo meccanismo è protettivo nel breve termine, ma se si mantiene nel tempo può contribuire alla persistenza del dolore.

Capire il ruolo di questi fattori non significa negare la componente fisica del dolore. Significa riconoscere che il sistema lavora come un insieme e che la regolazione dell’allerta è parte del percorso.

Quando il sistema è in allerta, il dolore diventa più facile da accendere e più difficile da spegnere.

Dolore “sordo”: cosa significa davvero

Nel linguaggio comune, così come nei referti e nei racconti clinici, il termine “dolore sordo” viene usato molto spesso. Il problema è che viene usato per descrivere una sensazione, ma finisce per essere interpretato come se indicasse una causa.

In realtà, “dolore sordo” non identifica un tipo di dolore dal punto di vista fisiopatologico. È un modo per descrivere un dolore continuo, poco definito, profondo, che non “scatta” come una fitta e non cambia bruscamente con un singolo movimento.

Molte persone usano il termine “sordo” quando il dolore:

  • è presente da tempo
  • è difficile da localizzare con precisione
  • accompagna la giornata senza un inizio e una fine netti
  • non è sempre intenso, ma è costante o facilmente riattivabile

Dal punto di vista clinico, il dolore “sordo” viene spesso associato a condizioni persistenti, in cui il sistema nervoso rimane in uno stato di allerta prolungata. Non perché ci sia necessariamente una lesione in atto, ma perché il sistema ha imparato a mantenere attiva la percezione del dolore.

Per questo motivo, il termine “sordo” viene frequentemente utilizzato per descrivere dolori che rientrano nello spettro del dolore persistente o cronico, dove la componente nociplastica e i fattori contestuali giocano un ruolo importante.

È fondamentale chiarire un punto:
descrivere un dolore come “sordo” non significa che sia meno reale, meno importante o “psicologico”. Significa semplicemente che il dolore non si manifesta come un segnale acuto di allarme, ma come una presenza continua che il sistema fatica a spegnere.

Dolore sordo descrive come si manifesta il dolore, non perché è presente.

Dolore specifico e dolore aspecifico: cosa vogliono dire davvero

I termini “dolore specifico” e “dolore aspecifico” sono molto usati da medici e fisioterapisti, ma spesso risultano poco chiari o addirittura spaventanti per chi li riceve.

Per dolore specifico si intende una condizione in cui è possibile individuare una causa chiara e coerente tra sintomi, esame clinico ed eventuali indagini strumentali. In questi casi il legame tra ciò che si vede e ciò che la persona sente è relativamente diretto.

Il dolore aspecifico, invece, non significa “dolore senza causa” o “dolore immaginario”. Significa che non esiste una singola lesione o un singolo reperto in grado di spiegare in modo semplice l’esperienza dolorosa.

Quando esami e test non chiariscono la causa, spesso si crea una situazione di stallo:
il professionista si trova senza un bersaglio evidente, mentre la persona che prova dolore può sentirsi confusa, spaventata o rassegnata, perché manca un nome chiaro e quindi una direzione.

In questi casi entrano in gioco i meccanismi di sensibilizzazione del sistema nervoso. Questi meccanismi influenzano sia la percezione del dolore sia la sua persistenza nel tempo, e non dipendono necessariamente dalla durata del sintomo. Il sistema nervoso può continuare a mantenere attiva l’esperienza dolorosa anche quando la lesione iniziale non è più presente.

In ambito scientifico, questo ha portato a parlare di dolore persistente e, più recentemente, di dolore nociplastico. Alcune condizioni comuni come emicrania, CRPS e fibromialgia rientrano in questo ambito: non perché “non si sappia cosa siano”, ma perché il loro meccanismo non è riconducibile a una singola struttura danneggiata.

Il rischio più grande del termine “aspecifico” è che venga interpretato come “non curabile” o “senza soluzione”. In realtà, significa che la chiave non è cercare un colpevole anatomico, ma comprendere come il sistema sta funzionando in quel momento.

Aspecifico non significa senza causa, ma senza una singola causa strutturale dominante.

Classificazione del dolore per localizzazione: cosa indicano davvero le mappe

Quando si parla di localizzazione del dolore, spesso si incontrano immagini molto precise: mappe dermatomeriche, schemi colorati, aree ben delimitate che sembrano indicare con esattezza da dove “nasce” il dolore.

Queste rappresentazioni sono utili a livello teorico e didattico, ma diventano facilmente fuorvianti se vengono interpretate come una fotografia fedele di ciò che accade nel corpo di una persona reale.

Le mappe dermatomeriche, per esempio, derivano da modelli anatomici e neurologici che descrivono la distribuzione teorica delle radici nervose sulla superficie del corpo. Nella pratica clinica, però, queste mappe mostrano una grande variabilità tra individui e spesso non corrispondono in modo netto all’esperienza dolorosa reale.

Il sistema nervoso non funziona come un impianto elettrico con cavi separati e confini rigidi. Le informazioni sensoriali si sovrappongono, vengono integrate e modificate a più livelli. Per questo motivo, il dolore raramente “rispetta i confini” disegnati sulle immagini.

Le mappe del dolore sono strumenti didattici, non confini anatomici rigidi.

Dolore per tipologia di organo: superficiale, profondo, viscerale

Un’altra classificazione spesso utilizzata riguarda la tipologia di struttura coinvolta: pelle, muscoli, articolazioni, visceri. Anche in questo caso, la distinzione è utile per orientarsi, ma non va intesa in modo rigido.

Il dolore superficiale, come quello cutaneo, tende a essere più facilmente localizzabile e più legato alla componente sensoriale.
Il dolore profondo, muscolo-scheletrico o articolare, è spesso più difficile da delimitare, può essere percepito come diffuso o “in profondità” e può cambiare con il movimento o il carico.
Il dolore viscerale, invece, è frequentemente mal localizzato, associato a sensazioni di pressione, crampo o urgenza, e può essere accompagnato da sintomi come nausea o sudorazione.

Nella realtà clinica, queste componenti possono coesistere. Una persona può percepire un dolore che nasce in profondità ma viene avvertito in superficie, o viceversa.

La localizzazione del dolore non indica sempre la struttura che lo genera.

Dolore irradiato e dolore riferito: perché la localizzazione può ingannare

Per complicare ulteriormente il quadro, esistono fenomeni come il dolore irradiato e il dolore riferito, che spesso vengono confusi tra loro.

Il dolore irradiato segue generalmente il decorso di una struttura nervosa. È un dolore che “scende” o “si propaga” lungo un percorso riconoscibile, ma anche in questo caso non sempre rispetta in modo perfetto le mappe teoriche.

Il dolore riferito, invece, è un dolore percepito in una zona diversa rispetto a quella in cui origina lo stimolo. Questo accade perché il sistema nervoso centrale integra segnali provenienti da strutture diverse e può “proiettare” la sensazione dolorosa altrove. È il motivo per cui, ad esempio, un problema viscerale può essere percepito a distanza, o una tensione profonda può essere avvertita in superficie.

Questi meccanismi spiegano perché cercare di individuare una singola struttura partendo solo da “dove fa male” porta spesso a conclusioni errate o inutilmente allarmanti.

Il punto in cui senti dolore non coincide sempre con il punto da cui nasce.

Perché le mappe non bastano per capire il dolore

Le rappresentazioni schematiche del dolore sono utili per studiare e comunicare concetti complessi, ma non sostituiscono l’ascolto della persona e l’osservazione del comportamento del dolore.

Nella pratica clinica, ciò che conta non è quanto il dolore assomigli a una mappa, ma:

  • come cambia nel tempo
  • come reagisce al movimento e al carico
  • come si modifica in relazione al contesto e allo stato di allerta del sistema

Interpretare il dolore solo in base a una localizzazione precisa rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno che, per sua natura, è il risultato di più livelli di elaborazione.

Il dolore non segue sempre i disegni dei libri, perché il corpo non funziona per compartimenti stagni.

Il mio approccio

In Osteoclinic lavoro con persone che arrivano confuse dopo esami, diagnosi discordanti o dolore che non rientra in una categoria semplice.
Il primo passo non è applicare una tecnica, ma capire che significato ha oggi il dolore e come muoversi senza peggiorarlo.

Fai chiarezza prima di decidere

Se vuoi capire cosa ha senso fare nel tuo caso, qui trovi il quadro di riferimento che uso in studio per orientare le scelte.

Riferimenti bibliografici
Il dolore

Di Melzack and Katz
Wiley Interdisciplinary Reviews: Cognitive Science Volume 4, Issue 1 Ottobre 2012

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcs.1201

 

Riconcettualizzare il dolore secondo la moderna scienza del dolore

Di Moseley
Physical therapy Reviews, settembre 2007

https://www.researchgate.net/publication/233581683_Reconceptualising_pain_according_to_modern_pain_science

 

Il dolore e la neuromatrice

Melzack
Journal dental education dicembre 2001

http://healingbridge.com/wp-content/uploads/2016/08/Pain-and-the-Neuromatrix-in-the-brain.pdf

 

Le applicazioni cliniche dell’insegnamento del dolore

Louw
Physiotherapy Theory Practice giugno 2016

http://accurateclinic.com/wp-content/uploads/2016/03/The-clinical-application-of-teaching-people-about-pain-2016.pdf

 

definizione dolore oms linee guida icd11

http://www.who.int/classifications/icd/revision/en/

 

Definizione dolore IASP e revisione definizione dolore cronico IASP

http://www.iasp-pain.org/Education/Content.aspx?ItemNumber=1698

http://www.iasp-pain.org/PublicationsNews/Content.aspx?ItemNumber=1673

 

Semeiotica del dolore
Orlandini seconda edizione 2013

 

Dolore oncogenico meccanismi e applicazioni in fisioterapia

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3183600/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4161642/
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2895277/

Michele Chiesa

Fisioterapista e Osteopata Mi occupo di dolore, disturbi legati allo stress e recupero funzionale. Aiuto le persone a fare chiarezza su ciò che sta succedendo al loro corpo e a orientarsi nelle scelte da fare.

2 Commenti

  1. Ti ringrazio davvero per le tue parole. Presto devo rivedere anche questa classificazione perché c’è qualche piccola novità…e voglio rendere più scorrevole la lettura

  2. …bravissimo….. spiegazione esauriente……approfondimenti dettagliati non da leggere, ma da studiare.

Fai chiarezza prima di decidere

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