Dolore cronico: psicologia della riabilitazione

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il fisioterapista cura il dolore cronico prendendo inconsiderazione gli aspetti psicologici e comportamentali

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Dolore cronico, psicologia e riabilitazione sono intimamente legati: il dolore è un fenomeno naturale e complesso. La riabilitazione agisce sia a livello fisico, sia a livello psicolgico e consente di modificare comportamenti poco sani. Scopri come potenziare la cura del dolore cronico.

Dolore cronico: un’esperienza soggettiva

Nel lavoro con persone che convivono da tempo con il dolore emergono spesso racconti ricchi di dettagli, collegamenti e significati personali. Sono narrazioni che aiutano a capire come il dolore si inserisce nella vita quotidiana, nelle abitudini e nella storia di ciascuno, andando oltre il singolo episodio iniziale.

Ascoltare queste esperienze è una parte rilevante del percorso, perché permette alle persone di dare un senso a ciò che sentono e a come lo vivono. Questo livello di racconto è spesso molto diverso dalla rappresentazione riduttiva di una “artrosi” o di una “ernia” evidenziata su un referto o su un’immagine diagnostica.

L’essere umano non è solo l’insieme di strutture anatomiche osservabili attraverso esami strumentali. Le tecnologie e le neuroscienze aiutano a studiare i meccanismi del dolore e le condizioni associate, ma non sono sufficienti, da sole, a descrivere l’esperienza soggettiva di chi convive con sintomi persistenti.

Quando il dolore cronico persiste in assenza di una chiara correlazione con immagini o referti, diventa centrale considerare anche il vissuto personale. In questo contesto, psicologia della riabilitazione e approccio riabilitativo condividono una stessa direzione: comprendere come la persona interpreta il dolore e come questo influisce sul suo modo di muoversi, scegliere e adattarsi.

Dal punto di vista clinico, la valutazione del percorso non si basa solo su parametri oggettivi, ma anche su ciò che la persona riferisce nel tempo. Le parole, le descrizioni e i cambiamenti nel racconto aiutano a cogliere segnali di adattamento, miglioramento o difficoltà che non sempre emergono dagli esami.

Guarire il dolore con la riabilitazione. Dolore come esperienza personale

Scale di misurazione

Quanto fa male?

Il dolore è un’esperienza soggettiva. Nonostante questo, nella pratica clinica vengono spesso utilizzati strumenti numerici per cercare di quantificarlo, soprattutto all’inizio e alla fine di un percorso.

Tra i più comuni ci sono scale come la Numerical Rating Scale (NRS) o la Scala Visuo-Analogica (VAS), che chiedono alla persona di indicare su una linea, da 0 a 10, l’intensità del dolore percepito in un determinato momento. In alcuni casi vengono utilizzati anche questionari più articolati, pensati per esplorare aspetti diversi del dolore muscoloscheletrico.

Questi strumenti possono essere utili come riferimento orientativo, ma presentano dei limiti evidenti quando vengono interpretati come misure oggettive o definitive. Il motivo non è lo strumento in sé, ma la natura del fenomeno che cercano di descrivere.

Limiti della misurazione

Complessità

Il dolore coinvolge molte dimensioni della vita di una persona: fisica, emotiva, relazionale e funzionale. Ridurre questa complessità a un singolo numero rischia di restituire un’immagine parziale e poco rappresentativa dell’esperienza reale.

Variabilità nel tempo

Il dolore non è stabile. Può cambiare nel corso della giornata, da un giorno all’altro o in base al contesto. Per questo motivo, una misurazione puntuale difficilmente è ripetibile o confrontabile nel tempo in modo affidabile.

Influenza del contesto

La percezione e il ricordo del dolore sono influenzati dall’ambiente, dalle relazioni, dallo stress e dalla cultura di riferimento. Questi fattori vengono spesso sottovalutati quando ci si concentra esclusivamente sull’aspetto fisico o strutturale.

La scomparsa del dolore non è l’unico indicatore di successo

Nel dolore cronico, altri aspetti diventano centrali: la capacità di lavorare, muoversi, dormire, partecipare alla vita quotidiana. Una riduzione della disabilità o un aumento dell’autonomia possono rappresentare segnali di miglioramento anche quando il dolore non è del tutto assente.

In molti casi, la preoccupazione di non riuscire a svolgere attività significative ha un impatto sulla qualità della vita maggiore dell’intensità del dolore in sé.

Disponibilità a considerare aspetti psicologici e comportamentali

Il dolore è un’esperienza naturale e fa parte dei meccanismi di adattamento dell’essere umano. Non sempre, però, è facile accettare che la persistenza dei sintomi non sia legata a una lesione visibile o identificabile.

Spesso è più semplice concentrarsi su una causa anatomica perché offre una spiegazione immediata e non mette in discussione abitudini, scelte o modalità di gestione quotidiana che richiedono più tempo e fatica per essere modificate. Questo non è un errore, ma una reazione comprensibile.

Dolore cronico ed emozioni

Un modo semplice per capire cosa significa dire che il dolore è variabile nel tempo è osservare l’andamento dell’umore. Durante una giornata si alternano momenti di benessere e momenti di tensione, preoccupazione o stanchezza. Anche il dolore può seguire andamenti simili.

Questo non significa che il dolore sia “solo nella testa”, ma che le emozioni influenzano il modo in cui il segnale viene interpretato e vissuto. In alcuni momenti una persona può percepire i sintomi come più limitanti, soprattutto se è preoccupata, stanca o reduce da esperienze negative.

Nel percorso riabilitativo, riconoscere il ruolo delle emozioni serve a leggere meglio ciò che accade, non a giudicare o a semplificare. Capire queste variazioni aiuta a spiegare perché il dolore può aumentare o diminuire anche in assenza di cambiamenti strutturali evidenti, e perché il lavoro riabilitativo richiede tempo, adattamenti e continuità.

Cosa le persone capiscono di malattie e cure?

Quando una persona convive con un dolore che persiste, tende spontaneamente a costruire una propria spiegazione di ciò che sta succedendo. Questa rappresentazione personale influisce su come interpreta i sintomi, su cosa teme e su quali decisioni prende nel tempo.

Un modello utile per descrivere questo processo è quello del “senso comune”, che mostra come le persone organizzano l’idea di una condizione di salute attorno ad alcuni elementi chiave:

  • il nome che le attribuiscono,
  • la causa che immaginano,
  • quanto pensano che durerà,
  • le conseguenze sulla vita quotidiana,
  • e quanto ritengono possibile controllarla o gestirla.

Queste convinzioni non nascono nel vuoto. Si formano a partire da informazioni ricevute, esperienze passate, racconti di altre persone e risultati ottenuti in precedenza. Se nel tempo le spiegazioni e le scelte restano le stesse, spesso anche l’esperienza del dolore tende a rimanere invariata.

Nel percorso riabilitativo, lavorare su questi aspetti non significa “convincere” o cambiare il modo di pensare a tutti i costi, ma aiutare la persona a rivedere alcune interpretazioni che possono limitare le possibilità di azione. Chiarire cosa è utile aspettarsi e cosa no permette di ridurre l’incertezza e orientare meglio le scelte.

In ambito clinico, questo tipo di lavoro ha mostrato benefici soprattutto nel ridurre la paura legata al movimento, ad esempio nel mal di schiena persistente. Non perché cambiare idea elimini il dolore, ma perché una comprensione più realistica rende il percorso più affrontabile e meno minaccioso.

come posso guarire con la riabilitazione (Leventhal)

Perché mi fa ancora male?

Questa è una delle domande che emergono più spesso quando il dolore persiste nel tempo. Chi la pone si aspetta, comprensibilmente, una risposta chiara e definitiva. Nella pratica clinica, però, questa domanda raramente ammette una spiegazione unica e valida per tutti.

Il dolore non dipende solo da ciò che è successo inizialmente al corpo. Emozioni, convinzioni, aspettative e contesto personale contribuiscono a rendere l’esperienza del dolore diversa da persona a persona, anche a parità di diagnosi o di evento iniziale. Anche la relazione terapeutica e le sensazioni provate durante il percorso entrano a far parte di questa esperienza.

Un modo utile per comprenderlo è pensare al dolore come a un indicatore, simile alla spia del carburante di un’auto.
Alcune persone guidano senza particolare preoccupazione anche quando la spia si accende, perché conoscono bene il mezzo e sanno quanta autonomia rimane. Altre, invece, entrano subito in allerta e cercano il primo distributore disponibile.

In entrambi i casi, la reazione non dipende solo dall’indicatore in sé, ma dalla situazione, dalle esperienze passate e dal contesto. Chi ha già vissuto un episodio di blocco o di difficoltà può interpretare lo stesso segnale come più minaccioso. Allo stesso modo, una persona generalmente tranquilla potrebbe reagire in modo molto diverso trovandosi in condizioni nuove o incerte.

Nel dolore persistente accade qualcosa di simile: il segnale è reale, ma il suo significato e l’impatto che ha sulla vita quotidiana dipendono da molti fattori che vanno oltre la causa iniziale. Capire questo aiuta a spostare la domanda da “perché mi fa ancora male?” a “cosa sta mantenendo questo segnale attivo e come posso orientarmi ora?”.

Psicologia della riabilitazione nella cura del dolore cronico

Ogni persona ha valori, una storia e obiettivi diversi. Di conseguenza, anche il significato attribuito al dolore e il modo di valutare le possibilità di trattamento possono variare molto da individuo a individuo. Nel dolore cronico non esiste un’esperienza “standard”, né una risposta valida per tutti.

Il lavoro del terapista, in questo contesto, consiste nel trovare un modo adeguato di comunicare e interagire con la persona, per aiutarla a comprendere cosa sta succedendo e a orientarsi all’interno del percorso riabilitativo. Questo include spiegare il dolore in modo comprensibile, proporre interventi coerenti con la situazione e sostenere nel tempo i cambiamenti possibili, tenendo conto di abitudini, contesto di vita e fattori di rischio.

In questo senso, riabilitazione e psicologia condividono alcune logiche di fondo: non tecniche specifiche, ma l’attenzione al processo, alla relazione e al significato che la persona attribuisce a ciò che vive. La direzione rimane una sola: migliorare il funzionamento e il benessere complessivo, non inseguire soluzioni rapide.

Nella pratica clinica utilizzo alcuni principi derivati dalla psicologia cognitivo-comportamentale come strumenti di comunicazione e orientamento, all’interno di una relazione professionale chiara e rispettosa dei ruoli. Non si tratta di “fare psicologia”, ma di creare un contesto di lavoro in cui le informazioni siano accessibili e le scelte più consapevoli.

Il fisioterapista non è uno psicologo. Il suo intervento si concentra sull’aiutare la persona a sviluppare strategie più funzionali e sostenibili nella gestione del dolore e del movimento, sostenendo piccoli cambiamenti compatibili con la fase del percorso. I confini del lavoro sono chiari e vengono adattati alle caratteristiche e ai bisogni della persona.

Il modo in cui ciascuno vive e interpreta il proprio dolore resta un elemento centrale della relazione terapeutica e influenza le scelte che vengono fatte lungo il percorso.

Dolore cronico e uso delle metafore

Le persone sono naturalmente portate a cercare una diagnosi e una spiegazione chiara per ciò che sentono. Questo contribuisce a spiegare il ricorso frequente a visite ed esami quando il dolore persiste nel tempo.

Durante le sedute emerge spesso il bisogno di raccontare, fare domande e collegare i sintomi alla propria esperienza quotidiana. L’ascolto e il dialogo fanno parte integrante del lavoro, perché permettono di chiarire dubbi, ridurre equivoci e costruire una comprensione condivisa.

Per questo diventa importante utilizzare un linguaggio semplice e comprensibile. Spiegazioni troppo tecniche o astratte rischiano di aumentare la confusione invece di ridurla. Non è raro che le persone arrivino in terapia dopo numerosi consulti senza avere ancora un’idea chiara dell’origine o del significato dei propri sintomi.

In questo contesto, l’uso di metafore può essere utile come strumento comunicativo. Le metafore aiutano a tradurre concetti complessi in immagini più concrete, facilitando la comprensione di sensazioni soggettive che spesso sono difficili da descrivere a parole.

Comprendere il dolore: perché fa la differenza

Avere una comprensione di base di come funziona il dolore può influenzare il modo in cui una persona vive la terapia e interpreta ciò che le accade durante il percorso. Capire cosa sta succedendo riduce l’incertezza e rende più leggibili le reazioni del corpo nel tempo.

In molti casi, comprendere che non esiste una relazione semplice e lineare tra lesioni, sintomi e limitazioni delle attività quotidiane aiuta a ridimensionare la paura e a recuperare margine di azione. Studi come quello di Suri (2018) mostrano, ad esempio, che spiegazioni chiare e accessibili possono contribuire a ridurre il mal di schiena in persone esposte a carichi prolungati, anche in presenza di stress o umore depresso.

Questo non significa che “capire” sia sufficiente o che basti una spiegazione per risolvere il dolore, ma che una buona comprensione crea un contesto più favorevole per il lavoro riabilitativo.

 

Partecipazione attiva e percorso riabilitativo

Nel dolore cronico il percorso riabilitativo tende a funzionare meglio quando la persona riesce a partecipare in modo attivo, compatibilmente con le proprie possibilità, i tempi e il contesto di vita. Essere attivi non vuol dire fare tutto o fare sempre, ma avere un ruolo nel processo, anche piccolo e graduale.

La ricerca mostra che una partecipazione maggiore è spesso associata a una migliore tenuta dei risultati nel tempo e a una riduzione delle ricadute, soprattutto nei disturbi ricorrenti come il mal di schiena o il dolore cervicale. Al contrario, quando la persona si sente completamente dipendente dall’intervento esterno, il percorso può diventare più fragile e meno stabile.

In studio questo emerge spesso da frasi come “devi mettermi a posto” oppure “non sono riuscito a fare nulla tra una seduta e l’altra”. Non si tratta di colpe o mancanze, ma di segnali utili per riorientare il lavoro, chiarire le aspettative e ridefinire insieme obiettivi e strategie più sostenibili.

Il ruolo del fisioterapista, in questi casi, non è spingere o correggere, ma aiutare la persona a trovare un livello di coinvolgimento possibile, realistico e coerente con la fase del percorso in cui si trova.

Stimolare i punti di forza, attività significative e risorse disponibili

Indipendentemente dal tipo di spiegazione fornita, una persona che soffre ha bisogno di poter fare esperienza di un miglior funzionamento, anche in presenza dei sintomi. Il dolore fa parte dell’esperienza umana e non è realistico pensare di eliminarlo sempre o subito. Ciò che può cambiare, nel tempo, è il modo in cui viene vissuto e gestito nella quotidianità.

Ogni persona ha tempi, risorse e capacità di adattamento differenti. Per questo non esiste un livello “giusto” di tolleranza al dolore, né un modo corretto o scorretto di reagire. Lo stesso stimolo può essere vissuto in modo molto diverso a seconda della storia personale, del contesto e del momento di vita.

Nel lavoro riabilitativo diventa quindi utile partire da ciò che la persona riesce a fare, da ciò che per lei è significativo o desiderabile, e non solo da ciò che non funziona. Anche in ambito psicoterapico questo approccio è ampiamente utilizzato: valorizzare le risorse esistenti aiuta a ridurre la sensazione di blocco e a ricostruire fiducia nel movimento e nelle proprie capacità.

In concreto, questo significa che, quando le condizioni lo permettono, è possibile coinvolgere gradualmente le persone in attività anche impegnative, non per “sfidare” il dolore, ma per osservare come esso varia e si modula nel tempo. Questo permette di ridimensionare i limiti percepiti e di sviluppare una relazione più flessibile e meno minacciosa con i sintomi.

In sintesi

Il dolore non è solo una sensazione. È un’esperienza soggettiva e personale che coinvolge l’intero individuo. Può essere letto come un indicatore dello stato di equilibrio psico-fisico, non solo come il segnale di un malfunzionamento locale o di una lesione.

Quando il dolore si ripresenta nel tempo, come accade nel dolore cronico, spesso non riguarda più solo ciò che è successo all’inizio, ma il modo in cui il corpo e la persona nel suo insieme stanno cercando di adattarsi. In questi casi può essere utile fermarsi e tornare a una visione più ampia di cosa intendiamo per dolore cronico, prima di decidere quale direzione prendere.

La riabilitazione può aiutare a ridurre il dolore e migliorare la funzione, ma il percorso non dipende solo dalle tecniche utilizzate. Anche il modo in cui una persona interpreta ciò che sta vivendo, le aspettative e le risorse disponibili influenzano il processo, senza che questo significhi “pensare positivo” o doversi forzare a cambiare atteggiamento.

Per questo, quando il dolore persiste, il ruolo del fisioterapista è soprattutto quello di aiutare la persona a fare chiarezza, sostenere il percorso e individuare strategie sostenibili nel tempo, partendo da ciò che è possibile fare qui e ora.

Fai chiarezza prima di decidere

Se vuoi capire cosa ha senso fare nel tuo caso, qui trovi il quadro di riferimento che uso in studio per orientare le scelte.

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Ultima modifica 01/02/2026

Michele Chiesa

Fisioterapista e Osteopata Mi occupo di dolore, disturbi legati allo stress e recupero funzionale. Aiuto le persone a fare chiarezza su ciò che sta succedendo al loro corpo e a orientarsi nelle scelte da fare.

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