catastrofismo

 

È un po’ che meditavo di scrivere qualcosa riguardo un argomento con cui mi son confrontato da subito come terapista già durante il tirocinio come fisioterapista e forse ancora prima, durante i ricoveri per malattia o traumi di famigliari ed amici.

Tornato alla ribalta recentemente come termine, l’essere catatrofista è diventato ufficialmente anche per la comunità scientifica un fattore associato a scarsi risultati negli interventi di protesi, interventi alla colonna vertebrale, esperimenti di modulazione del dolore, dolore di origine tumorale e influenze nelle relazioni sociali.

Da professionista spesso mi son chiesto cosa ci potevo fare. Avevo dei dubbi sul mio ruolo di riabilitatore, “non sono formato per fare lo psicologo” pensavo. Ma provavo un senso di inadeguatezza e paura nell’azzardare a proporre una soluzione psicologica terapeutica ad una persona che mi contattava per una problematica così apparentemente lontana dalla mia area di competenza.

Dopo anni ho imparato a conoscere meglio il fenomeno ed ora sono fermamente convinto che la consapevolezza aiuta ogni persona molto di più che l’essere fatalista, anche nel settore della riabilitazione e delle terapie manuali. Ogni mio collega dovrebbe lavorare riducendo la tendenza al catastrofismo anche solo semplicemente perchè ridurre la disabilità, migliorare la funzione e ridurre le recidive è obiettivo primario per noi riabilitatori e terapisti manuali.

 

Cosa significa essere catastrofista?

Generalmente è essere pessimisti, pensare il peggio di ogni situazione. Probabilmente è un atteggiamento, funzionale per queste persone, che aiuta ad identificare tutto ciò che potrebbe andare male in modo da ridurre preventivamente la possibilità che accada. In condizioni estreme questo modo di essere porta alla rimuginazione, al sentirsi isolati dal mondo o peggio sottolineare sempre le peggiori cose che potrebbero accadere anche quando la probabilità è bassa.

Voglio essere chiaro: quando riconosciamo che qualcuno ha un’atteggiamento catastrofista non significa che le sue paure non vadano considerate a priori. È utile accogliere questo stato d’animo, avendo risorse e tempo per farlo, in modo che la persona non senta che le proprie paure vengono banalizzate o addirittura si sentano poco prese in considerazione, sarebbe un errore madornale in una buona relazione terapeutica.

Ognuno di noi nella vita ha pensato per una volta al peggio. Ma la maggior parte delle volte questo non è accaduto: tutto fila via liscio e noi rimaniamo rassicurati che se fosse successo eravamo preparati, ma abbiamo gestito la cosa al meglio, a prescindere. Per le persone che tendono ad esser catastrofiste col proprio dolore il rischio di fare esperienze stressanti, di cadere in depressione o addirittura creare disabilità è decisamente più alto.

 

Come dire a qualcuno che è catastrofista?

Alcuni autori hanno elaborato una scala di valutazione da utilizzare come strumento di misurazione: la “Scala di Dolore Catastrofizzante”.

Ne esistono altre, ma è forse una delle più conosciute. Breve da eseguire e con buoni parametri di valutazione psicologica. Se però non si ha voglia di fare una valutazione analitica, mettendo nero su bianco ogni aspetto, cosa si può fare per decidere se qualcuno pensa in questo modo?

Ci sono alcune domande che si possono fare:

 

“Quali saranno probabilmente gli esiti di questa procedura/evento doloroso?”

“Che sensazioni hai di questo dolore?”

“Cosa puoi fare per star meglio quando senti così male?”

“Come riesci a distrarti dal dolore?”

“Che significato dai a questo dolore? Secondo te che logica ha questo dolore?”

 

Se la persona risponde negativamente, per esempio che non può neppure pensare ad un esito che non sia brutto, o che non può certamente andare per il meglio, o sia tremendo, orribile, pessimo; riferisce che non riesce a non pensarci; che si sente senza speranza, debole, che niente e nessuno può aiutare; e che quel dolore abbia un oscuro presagio o che sia un cattivo segno…avete con tutta probabilità trovato qualcuno che valuta con paura e pessimismo la propria condizione.

Dirà: “ma è davvero grave!”

Ricordate quando eravate bambini ed avevate paura del buio, degli insetti o che qualcosa uscisse dal WC? Oppure quando eravate molto preoccupati e qualcuno vi diceva di stare calmi? Ricordate quanta rabbia provavate quando in quel momento quelle persone non capivano quanto eravate terrorizzati? Non basta correggere o manifestare dissenso a qualcuno per ridurre la sua ansia.

La prima cosa da ricordare è che quelle persone sono veramente preoccupate per il loro dolore. Un modo per entrare in sintonia potrebbe essere quello di dire: “Mi sembra di capire che tu senta molto male e tu sia molto preoccupato sia per quello che può accaderti che quello che può succederti. Ho capito bene?”

Una volta che si entra più in contatto con i sentimenti di questa persona può essere utile dividere in comparti la problematica per esempio chiedendo: “ Ma quando mi dici che il dolore è così grande cosa significa? Cosa ti può succedere?”

L’obiettivo è inizialmente quello di ridurre il minestrone di “tutto” e “pessimo”. È necessario far emergere i dettagli, fino a ciò che quella persona crede ed ai valori che stanno sotto al quel lamento pieno di paura. Per esempio, se sentiamo una frase tipo: “ mi sento morire, non riesco a respirare…è spaventoso” oppure “ non finirà mai, lo sentirò tutte le volte e sarà così per sempre”, si può iniziare con delicatezza a smontare queste credenze fornendo anche qualche strumento per il loro superamento. Una possibilità può essere quella di aiutarle a riflettere utilizzando l’immagine che esternano: “Mamma mia! Deve essere veramente spaventoso aver la sensazione di non riuscire a respirare, avrei paura anche io!” o “ Sarei preoccupato anche io al posto tuo se avessi la sensazione di soffrire così per tutta la vita”.

Per quanto, in presenza di angoscia molto elevata, possa essere molto complicato la fase successiva è quella di lavorare sulle emozioni associate a queste convinzioni.

Frasi come “Mi chiedo se solo potessi spendere anche solo un minuto per cercare in qualche modo di aiutarti con quello che provi in modo che non ti saltino i nervi..ok? So che hai molta paura ed è faticoso, ma quando il tuo corpo è così al limite, dimmi, cosa fai per cercare che vada meglio in modo che ti calmi un poco? ”. Quindi si può usare ciò che ti dice la persona. In studio mi capita spesso di usare la respirazione diaframmatica o tecniche che aumentano l’interiorizzazione.

Mi capita personalmente sempre più spesso di parlare per molto tempo durante il trattamento senza effettuare un vero e proprio trattamento manuale, solo “spiegando” il dolore. C’è un video su YouTube, molto carino, di 5 minuti di Hunter Integrated Pain Service con una bella animazione grafica se vi interessa. Per non parlare di tutti quelli dei più celebri autori come Lorimer Moseley e Mike Stewart.

 

Quando è il momento dello psicologo?

Una grande percentuale delle persone che ho incontrato con dolore cronico si è trovata molto bene semplicemente imparando la respirazione diaframmatica o utilizzando alcuni approcci soft al movimento, io personalmente utilizzo lo Yoga. Molte di loro scoprono di riuscire a fare cose mai pensate prima e lo spettacolo è quando riescono a fare cose in casa che da molto tempo non si azzardavano a fare.

Ci sono, però, persone che trovano estremamente difficoltoso concentrarsi addirittura per respirare e che rimuginano giorno e notte oppure trovano molto difficile accettare un modo diverso di vivere il proprio dolore. Ognuno ha le proprie risorse e competenze: è il momento di lavorare con uno psicologo per completare il nostro lavoro. Esistono diverse modalità, ma di queste magari scriverò un’altra volta. Nella mia esperienza personale e professionale le persone che hanno bisogno di questo input aggiuntivo son quelle che nella vita hanno molta difficoltà a sperimentare la novità in genere.

Morale: lavorare con persone catastrofiste fa parte del mondo della riabilitazione e delle terapie manuali. Non possiamo farne a meno. Dobbiamo aiutarle? Assolutamente sì: non è necessariamente lavoro di uno psicologo e anche i famigliari dovrebbero contribuire.

 

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