Se hai un dolore alla schiena, alla cervicale o alle spalle che dura da mesi o anni, prima o poi qualcuno ti suggerirà di fare yoga per migliorare la postura. A volte sarà un amico, oppure un medico o qualche ricerca online che porta lì quasi per caso. Il problema è che questa indicazione, così com’è, dice tutto e niente insieme.
C’è chi prova lo yoga e peggiora, chi lo abbandona perché si sente fuori posto, chi invece ci si affida come se fosse una soluzione quasi magica. In mezzo rimane molta confusione: lo yoga fa bene o fa male? È sicuro per chi ha mal di schiena, cervicale, fibromialgia o dolore persistente? Dipende dal tipo di yoga, dalla persona o dal problema?
La risposta breve è che lo yoga non è una tecnica terapeutica in sé, ma può diventare uno strumento molto utile oppure controproducente, a seconda di come, quando e perché viene inserito in un percorso sul dolore cronico.
Da fisioterapista e osteopata, ma anche da insegnante di yoga, non lo considero né una pratica “alternativa” né una soluzione universale. Lo uso quando ha senso, lo adatto quando serve e lo escludo quando rischia di rinforzare paura, controllo o aspettative sbagliate. Nel dolore cronico, infatti, il problema raramente è l’esercizio in sé: è il modo in cui il sistema nervoso interpreta ciò che stai facendo.
In questa pagina non troverai una lista di posizioni da copiare né promesse di guarigione. Ti spiego invece come ragiono quando valuto se lo yoga può aiutare una persona con dolore cronico, quando può peggiorare le cose e come cambia completamente il suo effetto se inserito in un contesto terapeutico corretto.
Se ti è stato consigliato di fare yoga e non sai se fidarti, se lo hai già provato senza benefici o se vuoi capire se e come possa avere senso per la tua situazione, questa lettura serve proprio a fare chiarezza.
Yoga, Pilates, ginnastica posturale: stai facendo la scelta giusta per il tuo dolore?
Se stai cercando di capire se lo yoga può aiutarti o se in questo momento è meglio un’altra strategia, una prima visita serve a questo: valutare come il tuo corpo e il tuo sistema nervoso reagiscono al movimento, al carico e all’attenzione, senza promesse e senza soluzioni standard.
Se vuoi capire meglio come ragiono sul dolore persistente, su cosa lo mantiene e su quando ha senso intervenire o aspettare, ho spiegato tutto in modo più ampio qui:
→ Dolore cronico: come lo interpreto e come decido cosa fare
Yoga e stretching nel dolore persistente: perché non sono la stessa cosa
Quando nel dolore cronico viene consigliato “di fare yoga” o “di fare stretching”, spesso si dà per scontato che siano interventi simili, intercambiabili, comunque utili. In realtà, dal punto di vista clinico, non lo sono affatto. E non perché uno sia “meglio” dell’altro in senso assoluto, ma perché producono effetti diversi su sistemi diversi.
Lo stretching lavora prevalentemente sui tessuti. Riduce temporaneamente la rigidità percepita, modifica la tolleranza allo stiramento, può dare sollievo. Nel dolore persistente questo può essere utile, ma raramente è sufficiente. Il motivo è semplice: quando il dolore dura da mesi o anni, il problema non è solo quanto un muscolo si allunga, ma come il sistema nervoso interpreta quello stimolo.
Se vuoi capire meglio come cambia il dolore quando diventa persistente e perché richiede strategie diverse, qui trovi altri contenuti dedicati al dolore cronico → Dolore cronico
Lo yoga, se usato in modo intelligente, introduce una variabile in più. Non perché abbia qualcosa di “magico”, ma perché “obbliga” il sistema a coordinare movimento, carico, attenzione e respiro nello stesso momento. Non stai solo allungando un muscolo, stai chiedendo al sistema di restare in una posizione, tollerare una sensazione, modulare la risposta senza scappare. Questo, nel dolore cronico, è spesso il punto critico.
Il problema è che questa differenza raramente viene spiegata. Da un lato c’è chi propone lo yoga come una versione più “soft” o più elegante dello stretching. Dall’altro chi lo carica di significati simbolici, filosofici o addirittura salvifici. In entrambi i casi si perde il bersaglio.
Nella mia esperienza clinica vedo due reazioni opposte e ugualmente problematiche. Alcune persone rifiutano lo yoga perché lo percepiscono come qualcosa di distante, “da fricchettoni”, poco compatibile con il proprio modo di essere. Altre lo abbracciano come una soluzione quasi magica, qualcosa da fare “perché fa bene”, affidandosi più all’idea che alla comprensione di cosa stanno realmente allenando.
In entrambi i casi, il rischio è lo stesso: delegare. Delegare al metodo, alla disciplina, all’insegnante, invece di usare quella pratica come uno strumento preciso dentro un percorso più ampio. Quando succede, lo yoga smette di essere utile non perché non funzioni, ma perché viene usato senza una logica clinica.
è meglio fare yoga o stretching per migliorare la postura e ridurre il dolore
All’interno di un percorso riabilitativo per dolori persistenti, spesso accomunati a disturbi posturali, la domanda non è cosa è meglio fare, ma per chi, quando e con quale obiettivo. Ci sono persone che traggono beneficio da uno stretching ben dosato, altre che hanno bisogno di qualcosa che lavori più sulla fiducia nel movimento e sulla tolleranza alle sensazioni. E ci sono momenti in cui nessuna delle due cose è prioritaria.
Usare lo yoga nel dolore cronico ha senso solo se viene tolto dal piedistallo e riportato a terra. Non come filosofia, non come promessa, ma come esperienza guidata che può aiutare il sistema nervoso a smettere di difendersi in modo eccessivo. Quando questo accade, il beneficio non dipende dalla disciplina in sé, ma da come viene integrata nel contesto giusto.
Perché gli studi su Yoga e dolore cronico vanno letti con attenzione
Quando si parla di yoga nel dolore cronico, prima o poi saltano fuori gli studi. Alcuni mostrano benefici, altri risultati modesti, altri ancora nessuna differenza rispetto ad altre forme di esercizio. Spesso la conclusione che passa è semplificata: “lo yoga funziona”, oppure “non funziona più dello stretching”. Entrambe sono letture parziali.
Se si guardano davvero i dati, quello che emerge non è tanto se lo yoga “funzioni” o meno, ma quanto sia limitato ciò che questi studi riescono a misurare. La maggior parte delle ricerche confronta pacchetti standardizzati: tot settimane di yoga contro tot settimane di stretching o di rimedi comuni. Il risultato è spesso un piccolo miglioramento, a volte neppure clinicamente rilevante. Il punto cruciale è un altro: quei numeri raccontano una dato matematico, non il processo.
Negli studi più citati sul mal di schiena cronico, yoga e stretching risultano spesso equivalenti. A seconda del partito questo viene letto come una sconfessione dello yoga o al contrario della sua valenza. In realtà dice qualcosa di diverso: che il movimento, in generale, è meglio del non fare nulla, e che nessuna pratica, da sola, è una soluzione forte per il dolore persistente. Non c’è una disciplina che “vince”, perché il problema non è scegliere l’attività giusta, ma capire come quella attività interagisce con la persona.
C’è poi un altro aspetto che nei lavori scientifici rimane sullo sfondo, ma che clinicamente è enorme: la variabilità individuale. In quasi tutti questi studi c’è una quota non trascurabile di persone che peggiora, una che migliora molto e una grande zona intermedia che cambia poco. La media appiattisce tutto. Ma nella stanza con il paziente, quella variabilità è il dato principale.
Quando qualcuno mi chiede se “lo yoga è supportato dalla scienza” per il dolore cronico, la risposta onesta è: dipende da cosa ti aspetti che faccia. Se lo intendi come una tecnica specifica che riduce il dolore in modo prevedibile, i dati sono deboli. Se lo intendi come una forma di esercizio che può migliorare funzione, fiducia e tolleranza al movimento in alcune persone, allora sì, può avere senso. Ma non più di altre strategie ben costruite.
Un altro limite degli studi è che raramente distinguono tra tipi di yoga, modalità di insegnamento, competenza dell’istruttore e adattamento al dolore. Una lezione pensata per persone sane non è la stessa cosa di un lavoro adattato a chi convive con dolore persistente. Mettere tutto sotto l’etichetta “yoga” crea confusione, non chiarezza.
Per questo non uso la letteratura per decidere se proporre yoga, ma per ricordarmi cosa non promettere. Gli studi aiutano a ridimensionare le aspettative, non a scegliere una scorciatoia. Mi dicono che nessuna pratica funziona per tutti, che gli effetti sono spesso modesti e che il contesto conta almeno quanto l’esercizio in sé.
Nel dolore cronico, la scienza non serve a incoronare un metodo, ma a evitare illusioni. E questo, paradossalmente, rende lo yoga più utilizzabile, non meno. Perché quando smette di essere presentato come “la soluzione”, può diventare uno strumento, da usare solo quando ha senso, e solo nel modo giusto.
Perché lo Yoga può far bene per qualche persona e male per altre
Vedo spesso due reazioni opposte quando a un paziente è stato suggerito di fare yoga o pilates per migliorare la postura in presenza di dolori ricorrenti. La prima è il rifiuto. Lo Yoga forse più del Pilates viene ancora percepito come qualcosa di lontano, poco scientifico, legato a mondi che non risuonano con la propria cultura, il proprio carattere o il proprio momento di vita. Per alcune persone entrare in certi ambienti significa sentirsi fuori posto, giudicati, o semplicemente a disagio. In questi casi la pratica non parte nemmeno, o viene abbandonata presto, non perché il corpo “non è adatto”, ma perché il contesto non lo è.
La seconda reazione è l’opposto: un’adesione quasi totale. Lo yoga diventa “la cosa giusta da fare”, qualcosa a cui affidarsi con grande aspettativa. Questo ha un lato positivo evidente: è un momento per sé, un’occasione per rallentare, respirare, spostare l’attenzione dal dolore. Ma può avere anche un effetto collaterale meno visibile. Quando una pratica viene vissuta come qualcosa di quasi magico, il rischio è che si deleghi tutto a quella: se funziona, bene; se non funziona, il problema diventa il corpo che “non risponde”, oppure la pratica fatta “non abbastanza bene”.
In entrambi i casi il nodo non è lo yoga in sé, ma il significato che assume per la persona. Nel dolore cronico il sistema nervoso è estremamente sensibile al contesto, alle aspettative, al senso di controllo o di perdita di controllo. Una pratica che per qualcuno è rassicurante e regolante, per un altro può diventare fonte di pressione, confronto o frustrazione.
C’è poi un altro aspetto che raramente viene esplicitato. Molti corsi yoga o Pilates non sono pensati per persone con dolore persistente. Sono costruiti per gruppi eterogenei, con istruttori che spesso hanno una formazione limitata sul dolore cronico e sulla sua complessità. Questo non li rende “sbagliati”, ma li rende inermi davanti a certe reazioni: dolore che fluttua, paura di sbagliare, iper-controllo del movimento, interpretazioni catastrofiche delle sensazioni. In questi contesti, il messaggio implicito diventa facilmente “se senti dolore stai facendo male”, oppure “devi ascoltare il corpo”, senza spiegare cosa significhi davvero quando il corpo manda segnali confusi.
Quando stress prolungato, tensione costante e stato di allerta entrano in gioco, il dolore tende a diventare più sensibile e meno prevedibile. Qui approfondisco questo legame. –> stress e tensioni
Il risultato è che alcune persone migliorano, altre rimangono ferme, altre peggiorano leggermente, ma continuano comunque perché “fa bene” o perché “lo dicono tutti”. E qui nasce molta della confusione attorno allo yoga nel dolore cronico: esperienze molto diverse vengono messe tutte nello stesso contenitore.
Nel mio lavoro non parto mai dalla domanda “yoga sì o yoga no”. Parto da un’altra domanda:
questa persona, in questo momento, può usare una pratica di questo tipo come strumento di esplorazione e non come prova da superare? Può diventare un’esperienza che restituisce fiducia, o rischia di rinforzare l’idea di dover fare qualcosa di giusto per non stare peggio?
Quando lo yoga viene inserito in modo strutturato, adattato, spiegato e integrato con altri elementi, può essere molto utile. Quando viene proposto come risposta generica al dolore o allo stress, rischia di essere solo l’ennesima indicazione vaga che lascia la persona sola a interpretare segnali già difficili da leggere.
Ed è proprio qui che la differenza non la fa la disciplina, ma come e perché viene usata.
Quando la pratica dello Yoga diventa uno strumento e non una soluzione magica
Nel dolore persistente il problema raramente è scegliere “la tecnica giusta”. Il problema è capire che ruolo quella tecnica avrà nel percorso. Una pratica diventa utile quando smette di essere una promessa e diventa uno strumento. Questo vale per lo yoga, per il pilates, per gli esercizi di rinforzo, per la terapia manuale e qualunque altra proposta.
Una soluzione magica funziona così: se la fai, dovresti stare meglio. Se non stai meglio, qualcosa non va. Il corpo, la tecnica, l’impegno, la costanza.
Questo schema è estremamente comune e incredibilmente tossico per chi convive con dolore cronico. Ogni volta che una pratica viene caricata di aspettative rigide, il sistema nervoso entra in modalità di verifica continua. Ogni sensazione diventa un test, ogni seduta una valutazione implicita. Funziona o non funziona. Giusto o sbagliato.
Uno strumento, invece, funziona in modo diverso. Non serve a “far passare il dolore”, ma a osservare come il dolore si comporta.
Serve a creare esperienze controllate, non risultati immediati. Serve a capire cosa il corpo tollera, cosa evita, cosa amplifica e cosa invece sorprendentemente regge meglio del previsto.
Quando uso lo yoga con pazienti che hanno dolore persistente, non lo uso come disciplina completa, né come percorso spirituale, né come semplice allungamento. Lo uso come contesto motorio e percettivo. Un contesto in cui respirazione, movimento lento, carico progressivo e attenzione possono essere modulati con precisione. In questo senso, lo yoga non è diverso da altri strumenti riabilitativi: cambia il linguaggio, non il principio.
La differenza sostanziale è che molte persone arrivano allo yoga già cariche di significati. C’è chi lo vive come qualcosa di “giusto”, quasi moralmente corretto, e chi lo rifiuta perché lo sente lontano da sé. Entrambe queste posizioni rendono più difficile usarlo come strumento neutro. Il mio lavoro, quando lo integro, è prima di tutto spogliarlo di aspettative.
Non chiedo a una persona di fidarsi dello yoga. Chiedo di fare un’esperienza. Di osservare cosa succede quando un movimento viene rallentato. Quando il respiro viene usato come riferimento e non come obbligo. Quando una posizione viene adattata, interrotta, ripresa senza l’idea che ci sia un modo corretto e uno scorretto. In quel momento la pratica smette di essere una prova di bravura o di flessibilità e diventa un laboratorio.
Ed è qui che spesso accade qualcosa di interessante. Non tanto una riduzione immediata del dolore, ma un cambiamento nel rapporto con esso. Il dolore perde centralità. Diventa una delle informazioni presenti, non l’unica. Questo è un passaggio fondamentale nel dolore cronico, perché riduce l’iper-vigilanza e restituisce margine decisionale.
Quando una pratica viene usata così, non importa se si chiama yoga, esercizio terapeutico o lavoro sul movimento. Importa che non venga vissuta come l’ennesima cosa da fare bene per stare meglio, ma come un modo per ricostruire fiducia nel corpo senza forzature e senza illusioni.
Se invece una pratica viene proposta come “fai questo e vedrai che passa”, allora anche la pratica migliore rischia di diventare un’altra promessa mancata.
Se vuoi capire se e come questo tipo di lavoro può avere senso nel tuo caso specifico, qui spiego come si svolge la prima valutazione in studio:
→ Prima visita fisioterapica e osteopatica a Brescia
Quando invece è meglio fare altro (e non sentirsi in colpa)
È altrettanto importante sapere quando non ha senso insistere con lo yoga, ma estendo con serenità la considerazione anche al Pilates e ogni genere di “ginnastica posturale”.
Se una persona lo vive come una pratica estranea, frustrante o ansiogena. Se ogni lezione diventa una prova da superare. Se il dolore aumenta e nessuno sa spiegare perché o al contrario qualsiasi esercizio è proposto “per evitare di infiammare” . Se l’idea di “doverlo fare” genera più stress che beneficio.
In questi casi non c’è nulla di sbagliato nello scegliere altro. Camminare, allenarsi in modo progressivo, lavorare sulla forza, fare esercizi guidati da professionisti più formati, ridurre lo stress in modi diversi. Il corpo non ha bisogno di una forma specifica di movimento, ha bisogno di esperienze affidabili.
Non esiste un obbligo morale verso lo yoga. Non è un passaggio necessario per guarire. E non sei una persona “resistente” o “chiusa” se non fa per te.
Come integro lo yoga in un percorso sul dolore cronico
Quando integro elementi dello yoga in un percorso sul dolore persistente, lo faccio in modo selettivo, adattato e temporaneo. Non propongo classi standard, né pacchetti preconfezionati.
Osservo come una persona reagisce al movimento, al carico, all’attenzione interna. Uso alcune posizioni per esplorare tolleranza e variabilità, non per raggiungere forme ideali. Modifico, semplifico, cambio direzione quando serve.
Un punto importante riguarda il tipo di attenzione richiesta. Nello yoga tradizionale, soprattutto nelle classi più diffuse, c’è spesso un forte accento sull’attenzione a cosa accade dentro: ascoltare il respiro, sentire il corpo, osservare le sensazioni, rimanere dentro l’esperienza. Questo approccio può essere utile in alcuni momenti, ma nel dolore cronico non è sempre la scelta migliore.
Oggi sappiamo che un’esposizione graduale al movimento guidata anche dallo spostare l’attenzione verso l’esterno, cioè verso l’ambiente, può facilitare risposte motorie più fluide e ridurre l’iper-monitoraggio delle sensazioni. In molte persone con dolore persistente, rimanere costantemente concentrati su ciò che si sente rischia di mantenere lo stato di allerta invece di ridurlo.
Per questo, quando utilizzo lo yoga in ambito clinico, alterno e spesso privilegio modalità che spostano l’attenzione fuori dal corpo, trasformando la posizione in un compito, un’esplorazione, un’esperienza di movimento sicuro, piuttosto che in un esercizio di ascolto continuo delle sensazioni.
Lo yoga, in questo contesto, non è una filosofia né una soluzione universale. È uno strumento tra altri, che può essere utile oggi e inutile domani. E va bene così.
Nel dolore cronico non vince la tecnica migliore. Vince l’approccio che riduce confusione, restituisce controllo e lascia spazio all’adattamento.
In sintesi: yoga, dolore cronico e scelte terapeutiche
Nel dolore cronico non esiste una tecnica giusta per tutti, né una spiegazione unica che chiarisca tutto. Quello che fa la differenza è il modo in cui si leggono i segnali del corpo e come si costruiscono esperienze nuove, sicure e graduali.
Yoga, esercizio terapeutico, lavoro manuale, educazione, esposizione al movimento: sono strumenti. Possono essere utili, inutili o persino controproducenti a seconda del momento, della persona e del contesto. Insistere sulla tecnica “giusta” senza una strategia spesso aumenta solo confusione e frustrazione.
Un percorso efficace sul dolore persistente non parte dall’idea di correggere qualcosa che è rotto, ma dal capire come il sistema sta reagendo e cosa può essere ricalibrato. Ridurre l’allerta, restituire fiducia nel movimento, ampliare le possibilità di azione è spesso più importante che cercare di eliminare ogni sintomo.
Se stai convivendo con un dolore che dura da tempo, non è detto che tu abbia bisogno di fare di più. A volte serve fare meglio, con criteri chiari e scelte mirate.
Stai facendo la scelta giusta per il tuo dolore?
Molte persone iniziano yoga o altri esercizi con le migliori intenzioni e poi si chiedono se stanno aiutando davvero il proprio corpo o se stanno solo forzando qualcosa.
Una valutazione serve a chiarire questo punto, senza ideologie e senza soluzioni standard.

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