Qualche tempo fa scrissi un articolo divulgativo per i miei clienti. L’intento era di spiegare la differenza tra fare stretching e yoga. Decisi di postarlo sui principali gruppi FB di settore per capire se avevo c’entrato il mio obiettivo.

I colleghi con più esperienza e più disponibili al confronto hanno contribuito mostrando interesse ed apprezzamento per il contenuto, criticando però l’assenza di citazioni bibliografiche.

Non finisce mai di stupirmi quanto possano essere lontane le aspettative e le esigenze del paziente dalla volontà di applicare alla perfezione le conoscenze teorico/pratiche da parte dei miei colleghi fisioterapisti.

Passo molto tempo a parlare coi miei clienti. Penso che sia la parte fondamentale del mio lavoro. Se la filosofia può essere considerata come l’unione dei principi, delle idee e delle convinzioni sui quali una persona o un gruppo di persone fondano la propria concezione della vita…bene! Adoro discorrere di filosofia coi miei pazienti.

I fisioterapisti, da buoni professionisti della salute, amano la scienza. La scienza stessa, i principi e le metodologie che utilizza per indagare il reale fanno parte di una filosofia. Forse è superfluo ricordare quanto questa filosofia si sia affermata negli ultimi secoli dando enormi risultati e stravolgendo la vita dell’uomo dei giorni nostri.

Anche lo Yoga è certamente da considerarsi una filosofia e già nella sua etimologia risiede la sua essenza. In sanscrito la radice di Yoga significa unione, giogo, concentrazione, direzione del movimento, applicazione e comunione.

Yoga è unione di tecniche; di modi di vedere; consapevolezza di mente, intelletto, emozioni, volontà e corpo; equilibrio e capacità di accettarsi così come si è: yoga è liberazione dal dolore e dalla percezione del male dalla vita.

Generalmente quando si parla dello yoga in occidente si parla solo della dimensione fisica, nota come Hatha Yoga. Per qualsiasi insegnante yoga sarebbe avvilente parlare di yoga come un insieme di posizioni un po’ come quando dicono che un fisioterapista fa il massaggio.

Ma la scienza usa numeri e non parole e, da professionista della salute, sempre più spesso mi viene chiesto di parlare della dimensione misurabile dello yoga, che coincide con la sempre più solida e numerosa letteratura dello yoga utilizzato come esercizio terapeutico.  Lo faccio sempre colla speranza di stimolare maggiore interesse e maggiori approfondimenti anche dei fondamenti filosofici dai quali questi numeri scaturiscono.

Quando frequentai da allievo il primo corso di yoga mi trovai fianco a fianco con un numero di persone che si mettevano in gioco, e non solo fisicamente, molto maggiore di quelle che ho trovato nelle palestre alla moda in cui ho lavorato. Sono pienamente convinto che lo charme orientale nel nostro immaginario occidentale medio faciliti o predisponga il cambiamento di alcune abitudini al “non movimento”. Questo può essere un fattore molto positivo all’interno di ogni piano terapeutico.

I miei colleghi danno a questo fenomeno un’accezione del fenomeno noto come placebo. Lo stesso che si presenta quando ci si iscrive al corso dell’ultima tendenza fitness americana perché si dice sia più divertente, efficace o faccia sudare e dimagrire di più. La medesima dinamica che stimola molte persone a migrare da luminare a luminare o da primario in primario per guarire.

Ogni persona ha la necessità ed il diritto di avere le proprie motivazioni per attivare le proprie risorse, scoprire i propri limiti e cercare di superarli.

Mi trovo spesso ad affiancare delle persone nella loro momentanea incapacità di gestire il dolore o la propria disabilità. Niente come la pratica dello yoga mi ha dato gli strumenti per supportare fisicamente e mentalmente i clienti in quel momento della loro vita.

Lo Yoga come tutto ciò che ha nome orientale attira innumerevoli sostenitori delle più svariate pseudoscienze. La cosa non mi ha mai né infastidito né preoccupato: ho sempre affrontato ogni percorso lasciandomi la possibilità di essere sorpreso.

Certamente ci sono molti aspetti dello yoga che entrano facilmente in conflitto col metodo scientifico: non mi occuperò in questo articolo di trial clinici che dimostrano come i chakra permettono la connessione con le manifestazioni energetiche del corpo, i 7 livelli energetici. Non parlerò di entropia e di tutti quegli studi che hanno analizzato le capacità polmonari, cardiologiche, cerebrali di campioni statistici ridotti di popolazione o con metodologie empiriche o discutibili. Non parlerò degli importanti e relativamente moderni autori che si sono fatti analizzare e che hanno standardizzato e brevettato sequenze di yoga in particolari condizioni ambientali per renderle parametrabili in termini di temperatura e frequenza cardiaca.

yoga

In questo articolo a sorpresa non parlerò dei soliti muscoli, tendini e del mal di schiena. Parlerò di quella dimensione dello yoga che applico ogni giorno nella mia dimensione clinica e nella mia dimensione personale: quella della gestione del dolore.

Per cercare di far comprendere al meglio le potenzialità dello yoga come strumento terapeutico voglio citare un articolo pubblicato qualche anno fa su Cerebral Cortex (Impact factor: 8.665; 5-Yr impact factor: 8.335) in cui sono state studiate le possibili basi neuroanatomiche degli effetti benefici dello yoga utilizzando test sensoriali e tecniche di imaging a risonanza magnetica su Yogi nordamericani.

I praticanti yoga esaminati tolleravano il dolore in una misura maggiore al doppio del valore raggiunto dal gruppo di controllo. Inoltre il gruppo di praticanti Yoga aveva più materia grigia in più regioni del cervello. L’incremento della massa grigia in area insulare è unicamente correlato alla tolleranza del dolore. L’incremento volumetrico della materia grigia in regione insulare è stato correlato positivamente alla pratica dello yoga suggerendone una relazione causale.

Il gruppo dei praticanti Yoga ha mostrato un incremento di integrità della materia bianca intra-insulare sinistra, coerente con un incremento dell’integrazione dell’input nocicettivo e della regolazione vegetativa del sistema parasimpatico. Il gruppo di praticanti Yoga, al contrario del gruppo di controllo, usava strategie cognitive che coinvolgevano l’attivazione del sistema parasimpatico e la consapevolezza introspettiva di tolleranza al dolore, questo può essere la possibile causa dell’ipertrofia della corteccia insulare. Questi risultati suggeriscono che la pratica regolare dello yoga a lungo termine migliori la tolleranza al dolore, insegnando diversi modi per affrontare gli input sensoriali e le potenziali reazioni emotive collegate a tali fattori. Questi portano anche ad un cambiamento anatomico del cervello a livello insulare e delle relative connessioni neuronali (in una popolazione nordamericana tipica).

Sarebbe interessante ripetere lo studio su di una popolazione più ampia e diversificata. Per farlo, in diversi paesi in cui si crede nella ricerca, stanno introducendo la pratica dello yoga in ambito ospedaliero e clinico con sempre maggiore frequenza. Mi piacerebbe essere partecipe di questo processo anche in Italia e lo sarò attivamente da fisioterapista oltre che da insegnante yoga. Yoga approccio terapeutico? Il mondo della fisioterapia può e deve essere il volano anche in questo ambito della ricerca.

Le strade illuminate da questo tipo di studio sono state percorse da millenni e da migliaia di praticanti yoga prima dell’avvento del metodo scientifico seppur nell’ignoranza e nell’oscurità. Ora è il momento che anche il mondo occidentale dia il suo contributo.

Yoga approccio terapeutico per fisioterapisti? Le possibili applicazioni in ambito terapeutico e riabilitativo nella gestione di patologie croniche, attraverso la pratica di tecniche yoga, anche alla luce di questo studio, sono solo una piccola parte. In futuro avrò l’occasione di parlarvene…oppure potrete torvare  l’occasione di sperimentarle voi stessi!

Namasté 😉

 

Villemure C, Čeko M, Cotton VA, Bushnell C. Insular cortex mediates increased pain tolerance in yoga practitioners. Cerebral Cortex. May 21, 2013.

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