Fare gli esercizi per guarire dal dolore o affrontare la riabilitazione è fondamentale, così come abbandonare la paura di fallire e di sentire male.

Fai gli esercizi, ma non focalizzarti sulla correttezza dei movimenti. Ciò che conta davvero è esercitarsi: se ti muovi riduci il dolore e inizi a stare meglio.

“Dottore, non ho fatto gli esercizi per il dolore perché avevo paura di sbagliare”.

Quante volte hai pronunciato questa frase davanti al tuo fisioterapista, al terapista o al personal trainer?

Se lo hai fatto o hai mentito sull’esecuzione degli esercizi, ti serve la giusta prospettiva per abbandonare la paura di fallire o di farti male.

Leggi l’articolo e scopri i 10 consigli per fare gli esercizi giusti per il dolore. Con semplicità e divertimento. 😀

Per cominciare memorizza queste frasi:

Non esiste provare. Esiste fare.

(Maestro Yoda di Star Wars)

Qualche esercizio è meglio di niente.

(Michele Chiesa fisioterapista) 🤣

1.

Non esiste un modo giusto di muoversi

Lavoro da quasi vent’anni e ti assicuro che i migliori professionisti (me compreso 😀) hanno passato anni tra libri e corsi a individuare l’analisi ideale del movimento e gli esercizi migliori per i propri pazienti.

A libri e corsi si sono affiancati internet e i social network che hanno collegato i maggiori esperti e consentito di divulgare e condividere dati, studi e ricerche.

A forza di confronti si è concluso che ogni persona si muove in modo differente. E si è tolta la credibilità ai sedicenti esperti del movimento “fatto in un certo modo”, del cosiddetto “esercizio giusto” e del “movimento sbagliato”.

Inizialmente la ricerca nell’ambito delle scienze del movimento aveva raccolto dati differenti per tipologie di persone che svolgevano ripetizioni del medesimo movimento, senza osservare il fenomeno nella sua complessità.

Così facendo si era mascherato un dato basilare: ogni individuo si muove in modo differente ogni volta e si comporta in modo differente in situazioni differenti, soprattutto se il fenomeno osservato è un’attività ciclica (ripetere un movimento più volte). Bernstein descrive questo fenomeno come “ripetizione senza ripetizione”.

Nonostante esistano molte teorie dell’esercizio o del movimento “corretto”, la maggior parte ha scarsi dati a supporto della propria validità.

Il fatto stesso che esistano diversi modelli per osservare un movimento e catalogarlo come “giusto” fa pensare che non esista un unico “esercizio corretto”. Non trovi anche tu?

2.

Non esiste una sequenza perfetta di movimenti

Ora come ora nessuno è in grado di suggerire quale sia il modo migliore di fare esercizi per il dolore.

Già definire cosa sia “ideale”, “normale” o “più efficiente” è una questione molto dibattuta in ambito scientifico, anche se negli ultimi decenni si è rincorsa la chimera dei migliori esercizi per il dolore alla schiena, al collo e qualsiasi parte del corpo.

Riflettendo: svolgere un esercizio richiede un complesso e raffinato ragionamento razionale? No!
Eppure ricordo corsi in cui i docenti sostenevano che il 90% delle persone non superava un determinato test. Che fosse inadeguato? Facilmente il 90% delle persone lo faceva perfettamente, a modo proprio! 😀

I dati più recenti sulle teorie del controllo motorio descrivono ampiamente il concetto di “migliore esercizio per il dolore” e includono molte più varianti rispetto ai rigidi criteri passati.

La ricerca ha mostrato come cambia un movimento quando la persona ha dolore. Anche per questo è impossibile stabilire quali siano i migliori esercizi possibili per il dolore. E vale per medici, terapisti e pazienti.

3.

Non temere di fare l’esercizio in modo sbagliato e di farti male

La maggior parte dei miei pazienti ha paura di fare l’esercizio in modo sbagliato, anche se in letteratura sono trascurabili i dati che mostrano una reale correlazione tra esercizi per il dolore svolti in modo sbagliato e infiammazioni, lesioni e microtraumi.

Il nostro corpo ha enormi capacità di adattamento. Quindi, per quale motivo non dovrebbe adattarsi a differenze millimetriche tra un movimento e l’altro?
Per cui svogli i tuoi esercizi senza paura di sbagliare o di farti male!

Michele Chiesa Blog Osteoclinic Brescia

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4.

Non pensare che il dolore sia il problema di un singolo micro-movimento “sbagliato”

Non pensare che il dolore nasca da un singolo micro-movimento “sbagliato”. Infatti il dolore ha un’origine multi fattoriale e molti fattori influiscono su quanto una persona sente male. La qualità e la perfezione di un movimento non sono certo il motivo principale.

Fare esercizi può causare dolore, ma non farli è persino peggio! Interpretare il dolore come un allarme di qualcosa che non va è rischioso e alla lunga questo pensiero limita il recupero.

Morale? Quando fai l’esercizio prescritto dal terapista e avverti dolore, stai tranquillo! Rifallo lentamente e osserva se il dolore rimane stabile ed è tollerabile. Potrebbe addirittura ridursi. Prendi coraggio e usa cautela, non terrore!

5.

Per guarire e stare bene non serve “raddrizzare” e “correggere”

Le ragioni per cui una persona si rivolge agli esperti di postura e prevenzione sono varie.

Apparentemente si può desiderare una buona postura, la buona esecuzione di movimenti o di attività. Ma dietro questi desideri ci sono richieste di aiuto e salute che esulano dalla postura e guidano le scelte terapeutiche. Per esempio:

  • la fiducia nel terapista grazie alla fama o alle testimonianze
  • la voglia di raggiungere il massimo livello di salute possibile
  • l’esigenza di sentirsi ascoltati o rassicurati
  • la richiesta di aiuto in un momento difficile
  • lo stimolo per superare se stessi e le proprie paure
  • provare una terapia nuova perché altre non hanno funzionato
  • la realizzazione di aver iniziato a prendersi cura di sé.

Qualsiasi desiderio modifica sempre la percezione e l’esperienza della terapia o dell’esercizio svolto: le tue convinzioni, quanto ti applichi, il numero di ripetizioni, il momento e la situazione aumentano o diminuiscono, che tu lo voglia o meno, gli effetti della terapia stessa e quindi il risultato finale.

Morale: il processo di guarigione è guidato dalla soddisfazione dei tuoi bisogni più forti, dalle motivazioni che ti muovono, dalla fiducia in te stesso (prima che nel terapista) e dalla costanza nel superare limiti e paure.

Questo conta. E non fare l’esercizio nel modo “sbagliato” o giusto. wink

6.

Non esistono l’esercizio perfetto e il terapista visionario

Molti pazienti entrano quotidianamente nello studio di fisioterapia per affidarsi alle mie cure e alle mie competenze. Nonostante si tratti di persone disposte a cercare il cambiamento, nascono spesso dei fraintendimenti.

Il più comune è il paziente che si considera una macchina o un computer che non parte o fa strani rumori (“non ho mai avuto questo problema fino alla settimana scorsa” mi dice) e viene da me sperando che io riesca a capire e risolvere il problema.

Per fortuna l’essere umano è molto più raffinato di macchine e computer e permette infiniti compensi e aggiustamenti. Eppure amiamo (consapevolmente o no) i terapisti e gli specialisti dello “schema motorio corretto”, della “postura corretta”, del “giusto allineamento vertebrale” o della “corretta biomeccanica”.

Lo dico in primis come terapista: per quasi un decennio ho studiato e frequentato corsi per dare ai miei pazienti il miglior esercizio e i migliori risultati. Ma c’è un equivoco: il delirio di onnipotenza e l’idea che il terapista sia il regista del cambiamento! 😀

Il mio saggio nonno diceva: “Per quanto i dottori si affannino a studiare e leggere statistiche, tali rimarranno: non sapranno mai cosa succede esattamente dentro il nostro cervello”. Vero.

Infatti alcuni teorici dei sistemi di osservazione parlano di black box: non sappiamo cosa succeda esattamente all’interno. Va da sé che sia impossibile trovare l’esercizio perfetto e il terapista visionario che lo sappia applicare.

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7.

Non focalizzarti sulla perfezione dell’esercizio: l’importante è il risultato

È possibile sostenere che una persona sia guarita perché ha fatto bene l’esercizio? No! È invece provato che più ripetiamo un’azione più diventiamo abili e veloci nel farla.

Come si fa a sapere se prima di un intervento chirurgico, una malattia o un trauma facevi un movimento o avevi una postura migliore? Da fisioterapista e osteopata (che ha lavorato in clinica e in diverse realtà della riabilitazione a Brescia, anche in ambito preventivo), ti assicuro che persone con una postura o una tipologia definita di camminata conservano frequentemente i medesimi schemi dopo traumi o malattie.

La stesso vale per la forza muscolare e il rinforzo dopo un infortunio sportivo, un intervento chirurgico o una malattia: quasi mai il fisioterapista conosce la forza di una persona prima della comparsa del dolore.

Buone ricerche scientifiche inducono a pensare che sia proprio la riduzione del dolore la chiave del ripristino della forza e non un generico esercizio fatto meglio.

Faccio un esempio concreto: gli esercizi più efficaci per curare il mal di schiena non hanno nulla a che fare con l’obiettivo dell’esercizio in sé: far rientrare una protrusione, aumentare la forza, allungare un muscolo o sfiammare un nervo. È però provato che riducano il dolore.

Ho abituato i miei pazienti a concentrarsi su un fatto: esercitarsi è di capitale importanza per togliere il dolore e guarire in modo duraturo.

8.

Non pensare di avere un problema

Questo è un monito che faccio a me stesso, prima che ai miei pazienti.

A volte osservavo un paziente al podoscopio o durante la visita posturale e mi grattavo la testa perché non mi capacitavo di come la postura, il movimento o l’appoggio del piede non fosse coerente con la mia ipotesi diagnostica.

La stessa cosa accade ai miei pazienti quando somministro dei test di movimento; in particolare se sanno che li utilizzo per capire se sono pronti per svolgere esercizi più intensi o per tornare a giocare.

Facendo test o esercizi dobbiamo tenere presente che una persona può avere paura di eseguire in modo sbagliato un esercizio o un test solo perché teme di sentire dolore e rovinare l’esito di un intervento o il percorso riabilitativo.

Questi pensieri possono rallentare la manifestazione di risultati positivi e il percorso di recupero. Quando c’è la paura a eseguire un movimento – che sia all’interno di test o esercizi per “risolvere un problema” – si crea una drastica riduzione della tolleranza verso questo movimento.

In questo caso è utile cessare di insistere sul problema e assumere un’attitudine diversa al movimento o all’esecuzione del test: sperimentare la novità con una visione positiva o quantomeno disposta a osservare il cambiamento.

Per questo motivo mi ritrovo a incitare i miei pazienti. Parole come “bravo”, “coraggioso così!”, “ora insisti un po’ di più!” possono avere un impatto inaspettatamente profondo su quello che fanno. Se sentono di muoversi meglio, il risultato si ripercuoterà trasversalmente su tutte le attività: casa, lavoro e sport.

Per avere tali risultati è necessario cambiare paradigma, ossia il modo di lavorare e pensare la terapia.

Da tempo preferisco di gran lunga prescrivere pochi e semplici esercizi escludendo attrezzi strani e difficili da reperire. Il motto è: less is more – meno è meglio.

Per guarire più velocemente è necessario poter fare gli esercizi facilmente e frequentemente durante la giornata. Cerco di evitare quanto possibile che sia questo l’ostacolo mentale del “non poter fare l’esercizio” e portare così il paziente a raggiungere gli obiettivi condivisi.

9.

Fare movimento significa sentirsi vivi

Molti miei pazienti non ne sono consapevoli e si autoassolvono giustificandosi con l’età o con l’assenza di istruzione (“tu sei giovane, riesci per quello”, “poi hai studiato e sai bene le cose”).

In studio motivo i miei pazienti facendo sperimentare loro il movimento in modo piacevole, divertente e positivo con l’obiettivo che possano rivalutare le loro errate convinzioni.

Trovare il modo di capire quanto sia importante muoversi e reagire a dolori e problemi quotidiani è importante almeno quanto valorizzare i benefici dell’allenamento e del percorso di recupero proposto.

10.

L’allenamento non ha regole rigide da rispettare

Allenarsi concentrandosi sul modo giusto di muoversi e sull’esercizio giusto; occuparsi di un muscolo specifico da rinforzare o di un tendine da sfiammare; controllare il movimento di scapola, bacino, gamba, mano o polso è una moda dilagante quanto inefficace e pericolosa che assilla colleghi e personal trainer dalla dubbia formazione in cerca di una clientela sempre più ampia.

Ricorda: la variabilità e il piacere del movimento sono fattori molto più rilevanti per applicare un piano di allenamento e un programma terapeutico.

Questo non significa banalizzare tutto. Le teorie dell’allenamento sono complesse, soprattutto se applicate alla riabilitazione e al trattamento del dolore. Possiamo approfondire questo argomento se ti interessa, mandami un tuo feedback.

Stai facendo un percorso riabilitativo e vuoi sapere quante ripetizioni fare? Vuoi sapere quali e quanti esercizi è meglio fare?

Scrivimi

In sintesi

Per guarire dal dolore e affrontare un percorso riabilitativo è basilare fare esercizio senza focalizzarsi sulla correttezza dei movimenti.

Non esiste un movimento giusto per tutti perché ognuno si muove a modo proprio. Ciò che importa è muoversi, perché l’esercizio riduce il dolore e il movimento crea importanti benefici fisici e psicologici.

Michele Chiesa Blog Osteoclinic Brescia

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