ESERCIZIO CORRETTO? 10 ERRORI DA EVITARE

Stimo e seguo da molto tempo Ben Cormack (Cor-Kinetic, @CorKinetic ). Abbiamo piacevoli scambi di opinioni sulla fisioterapia del futuro e la sua attuale schizofrenia tra trademark affermati e freddi dati della ricerca.

Come molti di noi anche la sua formazione ha attraversato i momenti di entusiasmo per gli approcci funzionali del movimento. A distanza di anni, dati della ricerca alla mano, ha tratto le sue conclusioni lasciando qualche sunto di riflessione.

Quante volte ti è capitato di spiegare l’esercizio “corretto” ai tuoi pazienti?

Di la verità almeno una volta li avrai ammoniti perché l’eseguivano in modo “sbagliato”! 😉

E tutti quei clienti che, per paura, non fanno niente di quello che chiedi loro di fare a casa?

Ecco i 10 peggiori errori che puoi evitare quando oggi assegnerai i tuoi esercizi terapeutici e qualche spunto di riflessione per renderli più facili, efficaci e divertenti.

1. Pensare che ci sia un unico modo di muoversi

Confesso! Ho avuto anche io il mitico momento del “movimento corretto”, ma più spulciavo i dati reali, noioso ma utile passatempo, e più mi rendevo conto di come tutti ci muoviamo in modo differente.

La ricerca nell’ambito del movimento raccoglie i dati provenienti da diversi soggetti o dalle ripetizioni del medesimo soggetto per lo stesso movimento.

Il rischio è che si mascheri il dato che illustra in modo significativo come ogni individuo si muova in modo differente e si comporti in modo differente in situazioni differenti, soprattutto durante attività cicliche. Bernstein descrive  questo fenomeno come “ripetizione senza ripetizione”.

Abbiamo un sacco di modelli teorici dell’esercizio o del movimento “corretto”, la maggior parte delle volte con scarsi dati a loro supporto.

Andiamo sulla giusta strada? Avere modelli differenti, ognuno dei quali ha il suo “modo giusto” fa pensare che non esista un’unica tipologia di esercizio corretto, non credi?

Ognuno di noi ha un’anatomia differente ed un vissuto differente. Per quale oscuro motivo dovremmo muoverci allo stesso modo? A mio parere è da folli pensare che sia davvero così.

 

2. Pensare di aver protocollato un modo di muoversi

Sei sicuro che qualcuno possa suggerire quale sia l’esercizio col movimento “ottimale”, “normale” o “più efficiente” per svolgere un esercizio senza un ragionamento razionale? Se lo fai è una tua scelta! Ammetto: tempo fa ero anche io entusiasta di farlo. Esistono dati che mostrino sia utile farlo?

Uno dei miei autori preferiti, poco tempo fa, scriveva in un post che il 90% dei suoi clienti faceva una determinato test in modo sbagliato. Si dice il peccato, ma non il peccatore, penso però che sia verosimile che fosse il test sbagliato, non le persone 🙂 Facilmente il 90% di loro lo faceva…a suo modo 😉

Le teorie di controllo motorio basate sui dati più recenti definiscono in modo ampio il concetto di “ottimale” includendo una buona quantità di varianti al di fuori dei rigidi criteri precedenti.

Il movimento cambia quando una persona è affaticata oha male: è arduo definire un movimento “ideale”.

 

3. Pensare che muoversi fuori dagli schemi “ottimali” sia dannoso

Spesso sento dirlo, ma i dati a supporto di quest’idea sono minimi. Si è parlato di “Micro-traumi”: il classico esempio di danno da “micro-movimenti”. Qualche dato a supporto di questa tesi? Qualche esame che dimostri questa ipotetica infiammazione?

Sono pronto a rimangiarmi tutto e accettare qualsiasi prova illuminante che permetta di correlare i “micro-movimenti” ai “micro-traumi”.

Se esistono movimenti macro al quale il corpo può adattarsi, perché dovrebbero esistere micro-movimenti così problematici? E come diavolo facciamo ad esserne sicuri? Spesso le persone che vediamo vengono da noi dopo che si sono fatte male…non prima!

 

4. Pensare che il dolore sia il problema di un singolo movimento

E’ probabile sia così: puoi muoverti nel miglior modo possibile, ma farlo troppo e troppo presto.

Sollevare un peso o farlo ad una velocità a cui non siamo abituati potrebbe incidere maggiormente delle modalità di mobilizzazione del carico pianficate e di qualsiasi movimento “giusto o sbagliato” per farlo. Naturalmente potrebbe valere il contrario. Si aspettano delle conferme.

Rimane che il dolore ha un’origine multi fattoriale e basta per negare la possibilità che la qualità del movimento sia il problema principale.

 

5. Pensare che si ottenga un risultato positivo cercando di “correggere” il modo di muoversi

Ci sono molte ragioni perché qualcuno possa stare meglio. Molte di queste non ha nulla a che vedere con quello che fai tu, come terapista. I tuoi clienti…

  • Potrebbero avere fede in te
  • Potrebbero essere innamorati di te
  • Potrebbero sentirsi ascoltati
  • Potrebbero sentirsi aiutati
  • Potrebbero semplicemente sentirsi nuovamente attivi
  • Potrebbero sentirsi a loro agio perché hai proposto un esercizio dall’intensità tollerabile
  • Potrebbero rispondere ad uno stimolo nuovo
  • Potrebbero risentire dello stimolo giusto al tempo giusto

Infatti qualsiasi stimolo esterno modifica l’esperienza di una persona. Le stesse convinzioni e il contesto in cui tutto ciò accade ha effetti sul risultato finale.

 

6. Pensare di sapere cosa succeda internamente

Diciamola fino in fondo ogni terapista ed allenatore vorrebbe che il paziente o atleta che abbiamo in carico fosse macchina. Carica il programma…installa…programma installato con successo: GUARITO 🙂

Per qualcuno si chiama “schema motorio corretto”, per altri “giusta artro-cinematica” per altri ancora la “giusta postura”.  Io ho cercato per molto tempo di caricare “le giuste reazioni biomeccaniche”. In ogni caso l’idea generale è che siamo noi i registi! 😀

In realtà non sappiamo esattamente cosa succeda internamente, senza avere a disposizione attrezzature avveniristiche e costose alle quali il 99% dei nostri clienti non accederà durante la tipica giornata lavorativa o durante la corsa della domenica. D’altra parte, neppure con questo genere di marchingegni si sono ottenuti risultati particolarmente utili.

 

7. Pensare che la percezione del movimento non sia più importante del risultato

Puoi davvero dire che una persona stia meglio perché ha fatto un esercizio in modo qualitativamente “migliore”? Puoi valutare in modo affidabile il pre-intervento e il post-intervento? E…serve davvero farlo?

Un po’ come nel “rinforzo”: quasi mai si conosce la forza di una persona, prima della comparsa del dolore. Perciò possiamo davvero correlare l’aumento della forza all’effetto terapeutico che cerchiamo di ottenere attraverso l’esercizio. Non può essere l’attenuazione del dolore la chiave del ripristino della forza più di un miglioramento del movimento?

Il movimento stesso è utile all’inibizione del dolore e alla creazione di effetti fisiologici locali. Non ne abbiamo la certezza, ma è evidente dal punto di vista scientifico che gli esercizi efficaci per curare il mal di schiena non abbiano nulla a che fare con l’obiettivo dell’esercizio in sè (per esempio migliorare la forza o la flessibilità).

 

8. Pensare di cercare un problema

Mi gratto la testa come Stanlio, quando non trovo il bandolo della matassa. Un “test” può essere utile per rilevare dati positivi e abbattere le convinzioni dei miei clienti, in particolare quando il loro movimento è effettivamente buono.

Se la persona ha paura di fare un esercizio in modo sbagliato, rischiando di fare qualche danno o facendosi male…il rischio certo è che possa convincersi dell’utilità di evitare di farlo. In particolare se è l’esperto di fiducia ad aver trasmesso queste paure.

Si crea una drastica riduzione della tolleranza al movimento,un de-condizionamento ed un aumento della percezione degli stimoli dolorosi. Come ricorda Louis Gifford la rassicurazione è un potente inibitore del dolore oltre ad essere un potente stimolo per tornare ad essere attivi.

Proporre positivamente il movimento  dicendo per esempio: -Bravo! Molto bene! Ora insisti un po’ di più…- può avere un impatto più profondo sulla percezione del movimento di una persona oltre e questo potrebbe influenzare anche la qualità della performance.

Cambiare paradigma di lavoro potrebbe banalmente proporre attività o compiti specifici, piuttosto che esercizi senza un contesto, a maggior ragione con le persone con un brutto rapporto con l’esercizio fisico in genere. Senza una finalità specifica queste tenderanno a non comprendere le istruzioni o a svolgere l’esercizio proposto in maniera svogliata e magari facendosi davvero male.

 

9. Ignorare il lato psicologico del movimento

Grande sbaglio!

La percezione di un movimento o il movimento stesso, con tutta probabilità, risulta più importante delle modalità utilizzate per ottenerlo. Immagina cosa succede quando una persona non sa come muoversi “bene” o non ne ignora totalmente l’utilità concreta.

Per lavorare sulle aspettative ed il risultato finale serve cambiare queste convinzioni sfruttando nuove positive esperienze di movimento.

Aiutare le persone a capire quanto sia importante muoversi ed essere reattivi ai propri problemi è uno strumento di capitale importanza, come quello di valorizzare i benefici fisici del movimento e dell’intervento terapeutico proposto.

 

10. Pensare che l’allenamento sia una disciplina rigida e inflessibile

Cercare il modo giusto di muoversi, occuparsi di un particolare tessuto, di un determinato muscolo o della biomeccanica di un distretto attraverso una dettagliata pianificazione di movimenti è la caratteristica di molti terapisti “funzionali” .

Quando comprenderai i suggerimenti dei precedenti 9 punti capirai che anche quando il movimento diventa una strategia terapeutica deve risultare vario e divertente.

Perché? Stimola la motivazione, soprattutto quando l’esercizio ha un dosaggio adeguato, quando è presentato in modo positivo ed ha quel pizzico di novità e sfida che va oltre lo sterile schema della tipica raccomandazione e serie di istruzioni preconfezionate tipo…fanne 3 serie da 10 😀

Michele Chiesa

riadattatamento dell’articolo originale di Ben Cormack

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